L’amore per un cane.

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Questo è decisamente l’articolo più difficile da scrivere, la parte più complicata è stata senza dubbio quella di scegliere cosa dire davvero perché i motivi per amare un cane sono innumerevoli e oggi, sulla bocca di tutti. Personalmente amare un cane significa avere il privilegio di imparare che esistono esseri viventi che non conoscono cosa voglia dire cattiveria, falsità, tradimento, vergogna, senso di colpa, bigottismo. Amare un cane significa anche comprendere il valore della comunicazione priva di parole, scoprire la nostra reale capacità di accoglienza e tolleranza. Dopo poco che avevamo accolto Era nella nostra famiglia, durante una gita al mare, un uomo di circa 35 anni la vide sulla spiaggia e non poté fare altro che raggiungerci. Dopo essersi presentato e scusato per l’intrusione ci raccontò che da circa un anno la sua compagna pelosa era morta e nel dirlo aveva ancora gli occhi velati di lacrime, ci disse di amare la nostra canina perché (cito testuali parole) “questi cani sono speciali”. Non furono tanto le sue parole a colpirmi quanto il suo atteggiamento ancora profondamente addolorato per la perdita e l’amore sconfinato con cui coccolava Era; allora non capivo davvero cosa volesse dire ma oggi non posso che dargli ragione e ringraziarlo per essere venuto a parlarci a aver condiviso con noi la sua esperienza. Sono così i cani, arrivano in un tornado di energia pura e ti lasciano cambiato per sempre, con la loro inconsapevole naturalezza scuotono le fondamenta dei muri che ci siamo creati e ti curano il cuore dal veleno che spesso la vita ti inietta. Era, fortunatamente, è ancora tra noi ma vedo già quanto la sua presenza mi ha cambiata. Grazie a lei sento di essere una persona migliore, più vera, anche se questo significa che oggi mi dispiaccio ancora di più davanti alla cattiveria, alla falsità… I muri che mi ero creata mi proteggevano, forse, dal soffrire per le brutterie del mondo mentre oggi tutto mi arriva senza filtri, ma in questo tutto c’è anche l’amore. Quando soffro, soffro molto di più ma quando amo lo faccio finalmente in modo totale e spontaneo. Con lei al mio fianco sono me stessa, scoprire che qualcuno ti ama senza riserve per ciò che sei è stato un po’ come avere accesso al paradiso. Perché in fondo essere amati come siamo è il desiderio che ci accomuna tutti e credetemi, nessuno sa farlo come un cane. L’ unica preghiera che vi faccio è di non prendere un cane se non siete disposti a dare tutti voi stessi, ne soffrirete entrambi. L’unica vera controindicazione, se così vogliamo chiamarla, è che non sarete più disposti a circondarvi di falsi amici, a sopportare opinioni bigotte, a supportare le maldicenze, mal sopporterete anche le catene del “lo dobbiamo fare per non fare brutta figura”. L’amore di un cane ti insegna la libertà e ti fa apprezzare solo i gesti sinceri. Vi auguro di avere la fortuna di conoscere questa realtà, di trasmetterla ai vostri figli e di avere sempre l’intelligenza di trattare un cane nel rispetto della sua natura di cane senza cercare di trasformarlo in una persona perché loro non hanno niente da imparare da noi.

 

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I colori dell’ autunno

Campagna rubino,smeraldo e d’oro

e cielo di topazio

come essere nel covo del tesoro

in cui il cuore lascia un dazio.

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Diamante incastonato nella terra

che nasce in un passato di fame e guerra,

e sopravvive nel presente

come nutrimento artistico della mente.

Noi come un panorama.

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La natura interiore di cui siamo fatti la si può riscontrare in una foto?

Ritengo che questo ne sia un esempio poiché in ognuno di noi convivono cieli limpidi e nubi nere che gonfiano all’orizzonte. Una lingua di terra la nostra anima che accoglie tante specie diverse di emozioni così come in un campo coesistono molte specie di piante. Dentro ad ognuno di noi esiste un posto in cui ci sentiamo al sicuro, è quella casetta laggiù, il luogo in cui ci rifugiamo; talvolta dal mondo ma più spesso da noi stessi. Siamo parte di questa magnifica terra e i panorami che la compongono sono ciò di cui siamo fatti.

Dalla Toscana al Piemonte: Oropa.

Vi presento il Santuario di Oropa, dichiarato nel 2003 patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Situato ad una dozzina di km a nord di Biella è stato fondato da Sant’Eusebio, vescovo di Vercelli, nel quarto secolo. Questa è stata la nostra tappa turistico/spirituale di un viaggio che trova la sua motivazione nella paternità recente di un grande amico. Dare il benvenuto ad una nuova vita è sempre un evento emozionante.

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Fare visita, per la prima volta, al Santuario in questa occasione ha dato un valore aggiunto, dal punto di vista emotivo, al lieto evento che qui ci ha condotti. Il complesso di Oropa è impressionante nonostante la semplicità ed austerità degli edifici che ci accolgono al suo ingresso. Qui le persone giungono per vari motivi, dall’interesse puramente turistico a quello di natura religiosa, ma credo che nessuno si possa esimere dalla sensazione di confrontarsi con un luogo mistico. Per me l’aspetto più surreale è stato il contrasto tra la presenza consistente di persone e il silenzio. Immediatamente mi trovo a tu per tu con me stessa e seguo il mio io interiore verso i prossimi scatti.

Tutto quello che ho intorno è solida bellezza, raffinati progetti architettonici che nei secoli hanno preso forma fino a meritarsi il privilegio di essere patrimonio dell’umanità; privilegio ampiamente meritato. Un brivido mi assale quando, attraverso la porta, vedo stagliarsi davanti a me La chiesa nuova.  E’ elegante e possente e perfettamente incastonata nel paesaggio circostante, penso che in qualsiasi altro luogo sarebbe stata spropositata ma la maestosità delle Prealpi Biellesi la inglobano in un equilibrio eccellente.

Nessuno va ad Oropa senza bere al Burnell (fontana ottagonale donata dalla Principessa Claudia di Savoia) e nemmeno noi ovviamente, le tradizioni vanno rispettate! Anche se è curioso che tale tradizione sopravviva alla nostra generazione di convinti salutisti che ormai diffidano a bere anche dalla stessa bottiglia di un caro amico. Sono queste le piccole cose che apparentemente insignificanti costituiscono per me motivo di genuina sorpresa.

Incastonato nella fiancata della chiesa vecchia di Oropa c’è un cosiddetto masso erratico in passato oggetto di culti pagani legati alla fecondità, se sia vero o meno che possieda questi poteri di certo è una visione suggestiva. Così come suggestiva è la vista panoramica della piazza che stranamente appare quasi deserta, una condizione che mi permette di assaporare lo squisito sapore della solitudine. La terza immagine si commenta da sola.

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Mi è impossibile non immaginare,lungo questo colonnato,il fruscio delle tuniche nei passi trafelati che si inoltrano dentro la preghiera.

Giunta finalmente alla chiesa nuova mi sono sentita un po’ come Rocky, scusate il paragone assolutamente profano, le gambe stanche e il cuore leggero. Essere su quella sommità in compagnia dei sentimenti più nobili che la natura umana conosce, l’amore per mio marito e la nostra Era e l’amicizia sincera di chi ha voluto renderci partecipi del miracolo della vita.

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Anche Era quassù ha potuto ritrovare il suo amico a quattro zampe, Alf.

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Eccoci alla fine di questo tour, saluto il santuario portando con me tante belle emozioni che culminano in questo colpo d’occhio sospeso a 1150 metri circa.

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Indimenticabile la vera toma a latte GRUDO :)!

Ma facciamo finire la giornata davanti ad abbondanti e succulente libagioni condivise con semplicità e allegria, con una compagnia stupenda che mi ha rallegrato il cuore.

Gli strati della fotografia

Fluttuare

Gli strati della fotografia sono tanti quanti sono gli strati dell’anima del fotografo e, nel caso in cui si interagisca con una persona, della modella. Fotografare la nudità è stato un compito arduo e affascinante che mi ha responsabilizzata. Si perché all’inizio mi sentivo in dovere di non deludere le aspettative della mia amica, la quale non aveva mai fatto un’esperienza simile eppure non ha esitato a mettersi a mia disposizione. Nel corso della sessione di fotografia ci siamo prese le misure a vicenda finché non ho capito che se volevo ottenere uno scatto che fosse per me soddisfacente dovevo assolutamente liberarmi da qualsiasi pudore e giocare rispettosamente con le sue libere forme. Questa istantanea, a cui sono molto legata, è nata tra una risata e l’altra nel connubio di due anime complici. Siamo così abituati a vedere fotografie e oggi più che mai a vedere nudi che spesso ci limitiamo a dare un parere in termini di gradimento dell’immagine, ci limitiamo dunque allo strato di superficie senza indagare oltre. Io vi racconto adesso questa foto.

“Raggomitolata su di un telo nero mi domando cosa possa esserci in me di tanto interessante da meritare uno scatto, io che sono timida e fragile quando si tratta del mio corpo. Lo trovo imperfetto, forse lo sono anche gli altri ma in essi non noto mai tante imperfezioni quante ne vedo su di me. La mia amica, dietro l’obiettivo, mi chiede di rilassarmi e mi dice che sono perfetta. Mi chiedo se conosce il significato di questa parola che non credo mi si addica. Ma lei è entusiasta e io mi scopro sempre più a mio agio al netto dei miei vestiti. C’è da dire che al di là di tutto mi sto divertendo, di certo è un’esperienza che non dimenticherò.”

” Dietro l’obiettivo mi dedico a trovare l’inquadratura che mi riempia di più l’occhio e che a mio avviso possa esaltare la sinuosa morbidezza di un corpo nudo facendo attenzione a non renderlo volgare. Ammiro il coraggio della mia amica e le sono grata per la fiducia che mi concede. La sua posizione, naturale, mi fa nascere il desiderio di vederla fluttuare perciò decido di usare un filtro quadrato con inquadratura centrale che dia un effetto sfumato ai lati dell’immagine e finalmente ottengo il mio scatto. Lo adoro fin da subito per quella sensazione di movimento che regala alla sua figura altrimenti statica. E’ come se la sua immagine avesse iniziato a dissolversi, persa nel suo mondo che adesso è anche un po’ mio.”

La fotografia è un mondo da scoprire giocando che vi farà divertire e crescere.

A Passeggio nella storia

Oggi con Era abbiamo fatto una passeggiata che ci ha concesso il lusso di tornare indietro nel tempo. Vi portiamo a Poggibonsi, dentro la fortezza Medicea. Si hanno notizie di un piccolo insediamento rurale già tra il quinto e il sesto secolo che si è evoluto fino a diventare castello nel 1155 per volere di Guido Guerra dei conti Guidi. Verso la metà del tredicesimo secolo (prima della sua distruzione) doveva ospitare circa 5000 abitanti.

Porta principale

Questa è la porta principale da cui si accede alla fortezza. Le sue mura sono imponenti, trasudanti il tipico senso di potere che caratterizza quell’epoca.

Tra il 1993 e il 2009 sono stati eseguiti scavi archeologici che hanno riportato alla luce i resti del villaggio presente all’interno della fortezza. Qui si può passeggiare liberamente e godere di un passaggio per fare un viaggio nel tempo. Non so dirvi quanto trovo meraviglioso che niente di tutto questo sia a pagamento.

Nella prima foto potete vedere una parte degli scavi, nella seconda la ricostruzione della longhouse che costituiva l’unità abitativa del dominus del villaggio e nella terza la ricostruzione di un’abitazione tipo del villaggio. Oltre la meraviglia di potersi immaginare in un contesto così diverso da quello in cui viviamo c’è la sensazione quasi magica di appartenenza ad una storia che, letta sui libri, sembra così distante. Qui invece posso respirare le mie origini e toccare con mano l’evoluzione civica che mi è propria. Chissà, magari il sangue di qualcuno di questi uomini o donne scorre anche nelle mie vene e sono stati tra i primi a dare vita al mondo che conosciamo.

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Davanti a queste costruzioni resto sempre incantata per la magnificenza di cui restano vestite anche oltre i secoli.

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Ecco una delle porte laterali. Affacciata da qui ho un punto di vista del tutto straordinario dato che in generale il mondo lo guardo dal basso verso l’alto, la mia statura non è generosa ma da qui mi sento un gigante. Anche questo è un aspetto che amo della fotografia, dietro l’obiettivo posso essere chiunque e andare dove voglio.

Chiudiamo così questa passeggiata nella storia. Con le immagini di ciò che resta di un passato costruito con maestria, sudore, caparbietà e attenzione per i dettagli.

Giro in vigna

Il bello di vivere in Toscana è che, se hai un cane, non hai bisogno di fare chissà quanti km per trovare un’ oasi di pace in grado di regalarti una passeggiata rigenerante. Fino a quattro anni fa non mi ero resa conto di quanto questo fosse una ricchezza, poi è arrivata Era. Era è il nostro cane, una femmina di golden retriever. Quando hai un cane ti rendi conto di quanto sia inestimabile poterlo portare in giro per campi e boschi, lontano dalla frenesia e dai pericoli del paese e col tempo non puoi fare altro che constatare quanto questa libertà ti guarisca dallo stress.

Stamani come ogni mattina sono uscita con Era e ci siamo concesse un giro in vigna. Lei è una patita della caccia alla lucertola e la vigna è per lei l’equivalente di un parco giochi.

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Qui la vedete intenta ad osservare un palo della vigna su cui si era rifugiata una lucertola.

Mentre passeggio l’autunno mi si para davanti con i suoi colori caldi e cangianti, l’aria priva di quella pesantezza a cui ci eravamo dovuti abituare durante l’estate eppure ancora proprietario di un sole caldo e vigoroso.

 

Pensavo, da toscanaccia quale sono, di essere abituata a questo spettacolo e invece più mi addentro nei miei paesaggi più mi sorprendo della loro genuina e squisita bellezza. E nella solitudine dei miei passi riflettere ed emozionarmi su quanto possa essere costruttivo il connubio tra natura e uomo quando quest’ultimo conserva l’umiltà e il rispetto verso di essa. Le armonie e i contrasti che questo sodalizio forma è un quadro a grandezza naturale che non mi annoia mai.

Nel mio viaggio, perché ogni esperienza è un viaggio se vissuta come tale, ha fatto il suo ingresso in campo anche uno stormo di piccioni. Sono affascinanti da fotografare, almeno per me, forse per quel desiderio che accomuna tutti di riuscire a volare.

Lo sbattere delle ali è un suono inconfondibile e coinvolgente.

Ovviamente non poteva mancare lei, la protagonista indiscussa di questa passeggiata

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La lucertola, un dinosauro vivente. Un animale schivo con caratteristiche interessanti.

Cosa mi resta di questa giornata di autunno?

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Il suo sguardo. Felice, soddisfatto, curioso, complice.

 

 

Perché nasce questo blog

 

Il blog “Racconti di fotografia” nasce dalla voglia di condividere tutti quei momenti, anche se piccoli ed apparentemente insignificanti, in cui “l’arte della fotografia” ci mette davanti al mondo ed alle cose che ci stanno intorno, regalandoci emozioni profonde ed intense.

foto Era

Si perché fotografare, secondo me, non è solo un arte, un lavoro, una passione, ma anche un mezzo attraverso il quale è possibile conoscere sia le cose che le persone. Uno modo di vivere e di sperimentare insomma , dove è possibile raccontare ciò che ci colpisce;  o giocare con la luce per creare nuovi scenari; o addirittura, fermare quell’istante infinito in cui la natura ci mostra tutta la sua bellezza.

Un racconto quindi. Semplice. Un punto di vista personale del mondo e della vita, narrata e osservata attraverso l’obiettivo della macchina fotografica.

uccellino calafuria